Dal 17 settembre su Netflix, la quarta stagione di Monster porta per la prima volta al centro una figura femminile. Ma la domanda vera non è chi fosse Lizzie Borden, ma perché, dopo 134 anni, non riusciamo a smettere di parlarne

Lizzie Borden - Neomag.

C’è una filastrocca che i bambini americani cantano da oltre un secolo. Parla di una donna, di un’accetta e di un numero preciso di colpi. Lizzie Borden aveva quarant’anni quando è stata scritta. Ne aveva trentadue quando fu assolta dall’accusa di aver ucciso il padre e la matrigna. E da quel momento in poi, la storia non l’ha mai lasciata andare davvero.

Dal 17 settembre 2026, Monster: La storia di Lizzie Borden — quarta stagione dell’antologia di Ryan Murphy e Ian Brennan — è disponibile su Netflix. Otto episodi. Protagonista è Ella Beatty, figlia di Warren Beatty e Annette Bening, nel ruolo di Lizzie Borden, la giovane donna del Massachusetts accusata nel 1892 di aver ucciso il padre e la matrigna a colpi di accetta. Nel cast anche Rebecca Hall, Vicky Krieps, Charlie Hunnam, Billie Lourd e Sarah Paulson.

Ma prima di parlare della serie, vale la pena chiedersi qualcosa di più grande.

Perché Monster funziona ogni volta

Dopo Jeffrey Dahmer, i fratelli Menéndez ed Ed Gein, Monster apre un nuovo capitolo della sua galleria dedicata ai casi criminali più inquietanti della storia americana. E ogni volta che lo fa, succede la stessa cosa: il caso torna al centro della conversazione culturale, i libri sull’argomento vanno esauriti, i social si riempiono di teorie, meme, estetiche ispirate ai personaggi.

Ryan Murphy ha capito qualcosa che il true crime tradizionale, fatto di podcast, documentari e libri, non aveva ancora formalizzato in modo così preciso: non siamo affascinati solo dal crimine. Siamo affascinati da quello che il crimine rivela. Sulla società. Sul potere. Sul genere. Sulla classe sociale. Sul modo in cui certe vite vengono viste e certe altre no.

Dahmer ha parlato di razzismo e omofobia nell’America degli anni Ottanta. Menéndez di abuso, famiglia e privilegio. Ed Gein di isolamento e America profonda. Il crimine è sempre la porta. Il tema è sempre qualcos’altro.

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Chi era Lizzie Borden

Il 4 agosto 1892, a Fall River, Massachusetts, Andrew Borden e sua moglie Abby vengono trovati morti nella loro abitazione, colpiti più volte con un’accetta. I sospetti cadono immediatamente su Lizzie, l’unica adulta presente in casa al momento dei delitti.

Il processo, l’anno successivo, diventa un evento mediatico di portata nazionale, in parte perché Lizzie era una donna, e l’idea che potesse aver commesso crimini così violenti sembrava quasi inconcepibile all’opinione pubblica dell’epoca. Alla fine, viene assolta per mancanza di prove conclusive. Eppure la storia non la assolve. La filastrocca viene scritta. I romanzi seguono. I film, le serie, gli spettacoli teatrali. Un caso che ancora oggi divide storici e appassionati di true crime, un mistero rimasto senza risposta definitiva per 134 anni.

Perché Lizzie è il caso perfetto per Monster

Come molte figure del periodo pre-boom del true crime degli anni Settanta e Ottanta, i crimini di Borden non furono mai confermati e si trasformarono in uno spettacolo pubblico che la rese una delle donne più famose d’America.

Ma quello che rende Lizzie Borden particolarmente interessante, e particolarmente adatta all’approccio di Murphy, è l’ambiguità strutturale del suo caso. Non sappiamo se lo abbia fatto. Non lo sapremo mai. E questa incertezza, invece di chiudere la storia, l’ha tenuta aperta per oltre un secolo.

La serie esplora la nascita di un mito criminale e le ambiguità di una colpevolezza mai del tutto accertata, attraverso un’indagine, un processo e tensioni familiari. Ma lo fa inserendo Lizzie in un contesto più ampio, quello dell’America di fine Ottocento, della repressione femminile, di una società che non lasciava alle donne quasi nessuna via d’uscita legale, economica o emotiva.

Lizzie diventa così qualcosa di più di una sospettata. Diventa uno specchio. Un’eroina? Una criminale? Una donna intrappolata nel suo tempo che ha trovato, o non ha trovato, una via d’uscita estrema? Monster non risponde. Ti lascia decidere. Ed è esattamente questa la sua forza.

Il futuro dell’antologia

Ian Brennan ha rivelato che lui e Ryan Murphy condividono l’obiettivo di arrivare complessivamente a 10 stagioni di Monster. Non si tratta però di un rinnovo ufficiale da parte di Netflix. È un piano creativo e dice qualcosa sulla fiducia che i due autori hanno nel formato e nella sua capacità di continuare a trovare casi rilevanti da raccontare.

Tra i soggetti valutati e scartati per questa stagione c’era anche Luigi Mangione, considerato ancora troppo recente e con troppi elementi non definiti per essere trasformato in narrazione seriale.

La vera domanda, allora, non è se Monster continuerà. È quali casi sceglierà e cosa ci dirà di noi ogni volta che lo farà.

Perché in fondo, il motivo per cui continuiamo a guardare non è la violenza. È il riconoscimento. Ogni caso di Monster racconta un’America che esiste ancora, in forme diverse. E ogni volta che premiamo play, stiamo cercando di capire qualcosa sul passato, sul presente, su noi stessi.