Il documentario Netflix riapre il caso America’s Next Top Model oggi e ne mette in discussione l’ideale di bellezza e l’intrattenimento dei Duemila

Rivedere America’s Next Top Model oggi significa fare i conti con la cultura tossica degli anni 2000. Il reality creato e condotto da Tyra Banks, nato nel 2003 con l’obiettivo dichiarato di aprire le porte della moda alle “ragazze della porta accanto”, appare oggi sotto una luce molto diversa. A riaccendere il dibattito è la docuserie Netflix Reality Check: Inside America’s Next Top Model, disponibile dal 16 febbraio, che analizza retroscena, scandali e dinamiche controverse dello show.
All’epoca, ANTM veniva presentato come un format rivoluzionario: casting inclusivi, attenzione alla diversità e la promessa di trasformare giovani aspiranti modelle in professioniste dell’alta moda. Tyra Banks, pioniera nera in un settore storicamente dominato da standard eurocentrici, dichiarava di voler scardinare il modello della “modella bionda e scheletrica”. Eppure, stagione dopo stagione, lo show ha finito per replicare proprio quelle dinamiche di pressione, giudizio e umiliazione che prometteva di combattere.

Nel documentario, ex concorrenti raccontano episodi di body shaming, pesature davanti alle telecamere, makeover forzati e commenti sul corpo che oggi sarebbero impensabili in prima serata. Diverse modelle hanno parlato di disturbi alimentari sviluppati o aggravati durante la partecipazione al programma. A questo si aggiungono shooting fotografici sempre più estremi, tra simulazioni di violenza, blackface, estetizzazione della malattia mentale e provocazioni costruite ad arte per generare audience.
Perché America’s Next Top Model era prima di tutto un reality show. E come tale seguiva le logiche dello share: conflitti, crisi di nervi, confessionali taglienti e momenti shock erano carburante narrativo. Le concorrenti diventavano personaggi prima ancora che persone, montate e rielaborate in cabina di regia per costruire storyline accattivanti, per seguire makeover da cui siamo ancora ossessionati.
Rivederlo oggi, nell’era della body positivity (già messa a dura prova da nuovi trend dimagranti), significa riconoscere quanto fosse radicato un ideale di bellezza irraggiungibile e problematico. Gli anni Duemila normalizzavano la derisione dei corpi femminili nei tabloid, esaltavano l’heroin chic e trasformavano la sofferenza in spettacolo.
Tyra Banks ha difeso il programma sostenendo che rifletteva l’industria della moda di allora. Ed è vero: America’s Next Top Model era lo specchio dei suoi tempi. Ma proprio per questo oggi rappresenta un caso studio su come l’intrattenimento possa influenzare intere generazioni.
In 24 edizioni, il format è diventato un fenomeno globale. Ma la promessa di creare una vera “top model” si è realizzata raramente. Quello che resta, più che una passerella, è una riflessione urgente su come raccontiamo il successo, il corpo e l’ambizione femminile in televisione.