Mentre il film perde per strada la ferocia sociale di Brontë, l’Isabella di Alison Oliver diventa il baricentro di un’opera che smarrisce il suo spessore

Mentre il mondo intero discuteva del casting di Margot Robbie e Jacob Elordi, l’uscita del film ha spostato gli occhi altrove. Ora che “Cime Tempestose” (sì, le virgolette nel titolo sono lì a ricordarci che questa è una libera, liberissima interpretazione) è nelle sale da una settimana, la sentenza è unanime: la vera scarica elettrica del film non arriva dalla brughiera, ma dalle stanze di Thrushcross Grange, grazie a una monumentale Alison Oliver, che ha trasformato Isabella da personaggio secondario a l’unico elemento davvero gotico di questo adattamento.
Dalle relazioni moderne di Sally Rooney all’aristocrazia tossica di Saltburn
Il suo primo ruolo da protagonista la vede in Conversation with Friends, serie TV tratta dall’omonimo romanzo di Sally Rooney, che non fallisce mai nel concretizzare e descrivere le relazioni moderne con un fascino che rende la sua penna inequivocabile. Qui interpreta Frances Flynn, studentessa universitaria acuta e fin troppo intelligente per innamorarsi di un uomo sposato… sbagliato. È qui che Alison Oliver splende per la prima volta, interpretando un personaggio fortemente passivo e complicato, degno dell’intensità che merita.

Il suo rapporto con la Fennell inizia con Saltburn, film con scene controverse che hanno fatto discutere parecchio (la regista è sicuramente brava a far nascere un dibattito), interpreta qui la sorella di Felix Catton (Jacob Elordi). Anche qui il suo personaggio è complesso e fortemente sottovalutato.
Venetia Catton, a primo impatto ricca ragazzina annoiata e superficiale, “pecora nera” della famiglia aristocratica, si rivela invece il personaggio più umano e fragile tra la patina artificiosa che riveste i personaggi della Fennell. L’unica che riesce a vedere attraverso l’inganno di Oliver Quick (Barry Keoghan). Eppure il suo ritrovamento nella vasca da bagno scivola in secondo piano, stroncato dall’apatia di una famiglia della quale lei si dimostra, ancora una volta, l’unico membro dotato di sensibilità.

Isabella Linton: Una riscrittura spogliata dal mito brontiano
In “Cime Tempestose”, la sua interpretazione resta magistrale, ma completamente spoglia della visione di Emily Brontë che aveva costruito con Isabella Linton, la storia di una donna vittima di violenza domestica, abusata e umiliata da Heathcliff, che riesce a trovare una minima amara rivalsa nella fuga a Londra.
L’iniziale ingenuità infantile descritta nel romanzo, resta invariata anche nell’adattamento della Fennell. Isabella perde il cognome Linton e la parentela con Edgar (marito di Catherine), diventando una sua protetta e vivendo con lui, per qualche motivo. La prima volta che la vediamo è vestita di giallo a spiegare ad Edgar la storia di Romeo e Giulietta, parlando d’amore con un’innocenza facile da riconoscere.

La sua casa delle bambole, invece, inizia ad aprire le tende sul personaggio stratificato costruito dalla Fennell, con miniature che somigliano più a oggetti di riti voodoo, con capelli veri. Usa la casa per proiettare i suoi desideri e per scappare dalla sua repressione; qui la Oliver riesce a catturare in pieno quel personaggio che, apparentemente perenne bambina, è in realtà completamente consapevole e sta progettando il suo lasciarsi andare.
Isabella di Alison Oliver e la scenografia
Nel romanzo, Heathcliff seduce e sposa Isabella per vendetta. In questa versione cambia tutto: da vittima innocente, qui Isabella è una componente consenziente di una relazione in cui lei è volontariamente sottomessa. L’Isabella di Alison Oliver è disturbante, oscura. Vive il risveglio sessuale in modo destabilizzante, come se quella violenza emotiva mascherata da passione fosse più veritiera del mondo di ovatta in cui è cresciuta.
La vediamo addirittura legata con una catena, mentre abbaia come un cane su comando di Heathcliff, scena ancora più inquietante se si pensa che nel romanzo quest’ultimo impicca il cane di Isabella.

In questo adattamento la sceneggiatura è debole: Heathcliff ritorna ricco, bianco e proprietario della tenuta. La domanda sorge spontanea: cosa tiene davvero separati Catherine e Heathcliff a questo punto? Non si può parlare di classi sociali né di razzismo, solo di orgoglio in una storia d’amore (più un dark romance attuale) in cui manca comunicazione. Sono invece la scenografia e Alison Oliver a salvare l’operazione.
Anche se il film si interrompe prima di riuscire a mostrarci il fantasma di Catherine infestare la tenuta, i tratti “umani” presenti negli arredi sembrano mantenere la promessa fatta ad Heathcliff. Mani di gesso che spuntano dalle pareti, ciocche di capelli intrecciate negli arredi e le mura della camera da letto di Catherine a Thrushcross Grange, realizzate su un campione della sua pelle… Tutto quello che circonda la protagonista sembra “consumarla”.

Alison Oliver restituisce la profondità che manca
Se ci si attacca fortemente alle virgolette che racchiudono il titolo, dimenticando come siano state sacrificate le tematiche (ancora tristemente attuali) di misoginia e violenza descritte da Brontë, non si può negare che Alison Oliver porti sullo schermo un personaggio eccezionale.
Isabella è stratificata, irrequieta e realmente gotica, riuscendo a rubare le attenzioni dai visi patinati dei protagonisti, per farci concentrare su qualcosa di meravigliosamente instabile. Possibile solo grazie alla sottigliezza estrema con la quale l’attrice attraversa le scene.
Potete amare o odiare le scelte della Fennell, potete rimpiangere la brughiera originale, ma non potete ignorare Alison Oliver. Ha preso le redini di un film patinato e lo ha trascinato nei suoi abissi personali.